martedì, Febbraio 17, 2026
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Qual è la differenza tra architetto e interior designer?

Architetto o interior designer? Differenze, ruoli, competenze e formazione: guida chiara per scegliere il professionista giusto nei progetti di interni.

Qual è la differenza tra architetto e interior designer?
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Oggi il mercato della progettazione di interni è un settore strutturato, con numeri sempre più importanti: secondo Grand View Research, in Italia il mercato dell’interior design vale circa 2,87 miliardi di euro nel 2024 e viene stimato in crescita fino al 2030; dentro questa crescita, la componente remodeling/ristrutturazione risulta tra le più dinamiche.  Parallelamente, la domanda reale si sta spostando su interventi che non sono “solo estetica”: la ricerca Houzz & Home (Italia) sottolinea quanto nelle ristrutturazioni contino sempre di più temi come efficienza energetica e aggiornamento degli impianti (elettrico, idraulico, riscaldamento), cioè scelte che richiedono un progetto competente e coordinato. 

Per questo, chi progetta o vuole avvicinarsi al mondo della progettazione di interni si chiede quali siano i ruoli specifici di ogni professione e dove stiano i confini operativi: qual è la differenza tra architetto e interior designer? Qual è la differenza tra architetto d’interni e interior designer? Che laurea serve per interior designer? Un architetto può specializzarsi in interior design? Che differenza c’è tra architettura e design? E ancora: un designer può essere anche architetto? Le due figure sono complementari?

In questa guida rispondiamo in modo chiaro: cosa cambia nel perimetro di responsabilità, nelle competenze, nella formazione e—quando il lavoro diventa trasformazione tecnica dello spazio—nelle attività che richiedono una regia più strutturata.

Qual è la differenza tra architetto e interior designer?

La differenza non è “chi ha più gusto” o “chi è più esperto”, ma che tipo di progetto stai affrontando e quale perimetro di competenze serve: l’architetto nasce per governare lo spazio anche come organismo tecnico (vincoli, fattibilità, coordinamento), l’interior designer nasce per progettare l’esperienza dell’abitare (funzione, atmosfera, materiali, luce, arredi) con un focus molto preciso sull’interno.

Partiamo dal principio: architettura e interior design come discipline

Architettura (come disciplina)

È la progettazione dello spazio costruito in senso ampio: dalle scelte distributive alle logiche strutturali e impiantistiche, fino al rapporto con il contesto e con i vincoli (tecnici, normativi, prestazionali). Anche quando lavora “solo sugli interni”, l’approccio architettonico tende a ragionare su:

  • spazio e distribuzione (percorsi, gerarchie, proporzioni)
  • fattibilità (cantierabilità, dettagli, coordinamento tecnico)
  • prestazioni (luce naturale, comfort, acustica, durabilità dei materiali)
  • processo (capitolati, computi, direzione/controllo se previsti)

Interior design (come disciplina)

È la progettazione dell’interno come sistema centrato sulle persone: come si vive uno spazio, come funziona, che percezione produce, quanto è coerente (esteticamente e materialmente) nel tempo. È una disciplina ibrida, dove convergono cultura del progetto, ergonomia, materiali, luce e arredo. In un percorso formativo di interior design, di solito, il focus è proprio su:

  • layout funzionale e scenari d’uso
  • materiali e finiture (resa, manutenzione, coerenza, sostenibilità)
  • illuminazione (tecnica + atmosfera)
  • arredi e custom (prodotto, misura, dettagli)
  • rappresentazione del progetto (moodboard, tavole, render, capitolati)

In pratica: cosa cambia tra architetto e interior designer

1) Scala e responsabilità del progetto

  • L’architetto lavora spesso su interventi dove lo spazio interno è legato a scelte “di struttura” del progetto (ridistribuzioni, integrazione impianti, trasformazioni complesse).
  • L’interior designer lavora spesso su progetti dove la priorità è definire identità, esperienza e funzionalità degli interni, con grande attenzione a materiali, luce e arredo.

2) Output tipici (cosa producono)

  • Architetto: concept spaziale, layout, disegni tecnici, dettagli costruttivi (se inclusi), coordinamento consulenti, documentazione di progetto.
  • Interior designer: concept, mood, palette, materiali, luce, selezione arredi/fornitori, shopping/capitoli prodotto, styling, render e presentazioni.

3) Quando servono insieme (ed è la scelta più forte)

Quando il progetto è “denso” (spazio + tecnica + identità), la coppia funziona molto bene:

  • l’architetto governa la parte strutturale del processo e la fattibilità,
  • l’interior designer porta coerenza estetica, materiali, luce e qualità percettiva dell’interno.

Architetto d’interni vs interior designer: differenza concreta (con qualche esempio)

Quando si parla di architetto d’interni, nella pratica si intende un approccio “architettonico” applicato agli spazi interni: distribuzione, proporzioni, luce, materiali, dettagli, e — nei progetti più complessi — coordinamento tecnico e gestione del processo. L’interior designer, invece, lavora sull’interno come sistema centrato sull’esperienza: funzione quotidiana, ergonomia, atmosfera, materiali, arredi, identità.

La differenza diventa chiarissima se la guardi per tipo di intervento.

1) Restyling senza opere (casa già “a posto”, ma da ripensare)

Scenario: vuoi aggiornare soggiorno e camere senza spostare muri; nuovi colori, materiali, arredi, illuminazione, tessili, disposizione.
Figura più indicata: interior designer (o interior stylist, se l’obiettivo è soprattutto estetico).
Perché: qui conta la capacità di costruire coerenza: layout d’uso, palette, luce, scelta prodotti, resa finale e gestione del budget “di arredo”.

Se vuoi specializzarti in questa direzione (styling, linguaggio contemporaneo, composizione e trend), un corso breve mirato come Interior Styling & Trends può essere un tassello utile per costruire metodo e portfolio: https://accademiadeldesign.com/corsi-brevi/interior-design/interior-styling-trends/

2) Ridistribuzione degli spazi (cambio layout, nuovi percorsi, nuova logica abitativa)

Scenario: aprire cucina e living, ripensare la zona notte, ottimizzare un trilocale, creare una stanza in più, migliorare luce e flussi.
Figura più indicata: architetto (approccio di interior architecture) + interior designer in sinergia, se vuoi un risultato “forte” anche sul piano materico e d’atmosfera.
Perché: il valore qui è governare lo spazio come sistema: gerarchie, proporzioni, luce naturale, fattibilità delle scelte, coordinamento tra funzioni.

3) Bagno e cucina “veri” (impianti, dettagli, durabilità)

Scenario: rifai bagno e/o cucina, con scelte tecniche (impianti, materiali, punti luce, ventilazione, attacchi, vincoli).
Figura più indicata: architetto (o tecnico abilitato) per l’impostazione e il coordinamento; interior designer per materiali, resa, arredi e composizione.
Perché: è il tipico caso dove estetica e tecnica non possono essere separate: i materiali non sono “solo belli”, devono essere coerenti con uso, manutenzione e prestazioni.

4) Locale commerciale / hospitality (brand, esperienza, regole del gioco)

Scenario: ristorante, showroom, studio, retail: serve identità, ma anche flussi, funzionalità, comfort, luce, materiali resistenti, e spesso un processo coordinato.
Figura più indicata: team architetto + interior designer.
Perché: serve un progetto che tenga insieme brand experience e fattibilità: layout, luce, materiali, arredi, gestione tempi/costi.

Come capire chi serve in un progetto, tra l’architetto e l’interior designer

Per rispondere a questa domanda, ha senso chiarire qual è il perimetro dell’intervento e quale tipo di responsabilità vuoi attribuire al professionista (o al team). Perché architetto e interior designer, nella pratica contemporanea, non sono due mondi separati: spesso condividono metodo, strumenti e cultura del progetto; ciò che cambia è l’assetto dell’incarico.

Se l’obiettivo è progettare l’interno come esperienza completa — distribuzione funzionale, materiali, luce, arredi, identità — può essere la figura dell’interior designer a guidare il progetto, soprattutto quando l’intervento è centrato su scelte compositive e qualitative e richiede controllo della resa finale (non solo “scelta prodotti”, ma progetto coerente e verificabile).

Se invece l’intervento include trasformazioni che richiedono una regia tecnica più estesa — coordinamento del processo, integrazione impiantistica, verifica di vincoli, disegno costruttivo e dialogo serrato con cantiere e fornitori — allora l’architetto, in chiave di interior architecture, è spesso la figura naturale per tenere insieme spazio, fattibilità e gestione.

E nella maggior parte dei progetti ben riusciti succede un’altra cosa: non si sceglie “uno o l’altro”, si costruisce una complementarità. Non perché l’uno “sia tecnico” e l’altro “sia estetico”, ma perché un buon interno richiede insieme: struttura spaziale, qualità percettiva, controllo dei dettagli e capacità di tradurre l’idea in scelte reali (tempi, costi, forniture, posa, manutenzione).

Un architetto può essere anche interior designer?

Sì: in termini di pratica progettuale, molti architetti lavorano in modo prevalente sugli interni e costruiscono una specializzazione riconoscibile in interior architecture e interior design. La differenza non sta in un “permesso” astratto, ma nel tipo di incarico e nel campo di responsabilità.

  • Quando l’intervento sugli interni richiede una regia completa (ridistribuzioni, integrazione impiantistica, dettagli costruttivi, coordinamento del processo), l’architetto porta naturalmente un metodo capace di tenere insieme spazio, fattibilità, cantiere e qualità esecutiva.
  • Quando l’intervento è centrato sul progetto dell’esperienza (atmosfera, materiali, luce, arredi, identità), l’architetto può agire pienamente “da interior designer” — e spesso lo fa — perché la disciplina dell’interno è, oggi, uno dei campi più vivi dell’architettura applicata.

In altre parole: l’architetto può specializzarsi in interior design esattamente come può specializzarsi in restauro, retail, hospitality o workplace. La specializzazione non è una dichiarazione: è un insieme di competenze dimostrabili (portfolio), metodo, cultura del progetto, e capacità di governare il processo.

Un designer può essere anche architetto?

Qui la risposta va formulata con precisione, perché “architetto” non è solo una funzione: è anche un titolo professionale regolamentato. Un designer può lavorare nel campo dell’interior design, e può essere parte fondamentale di un progetto di interni; ma diventare architetto richiede un percorso specifico (formazione, abilitazione e iscrizione dove previsto).

Detto in modo utile e non ideologico:

  • un designer può progettare interni (e farlo molto bene) quando l’incarico è centrato su concept, identità, materiali, arredo, luce e rappresentazione;
  • se il progetto richiede attività e responsabilità tipicamente “da architettura” (coordinamento tecnico esteso, disegno costruttivo complesso, gestione strutturata di processo), entra in gioco la necessità di un assetto di team coerente: il designer non viene “sostituito”, ma si integra con il professionista abilitato che prende in carico quel perimetro.

Dunque, le figure non si annullano, si configurano. E la qualità del progetto dipende spesso da come si definisce la collaborazione.

Che laurea serve per diventare interior designer?

In questo caso, non esiste una sola risposta, perché l’interior design è una disciplina ibrida: incrocia progetto, cultura visiva, materiali, ergonomia, luce, prodotto, rappresentazione. Per questo, i percorsi più comuni (in senso ampio) sono:

  • formazione in architettura con specializzazione sugli interni;
  • formazione in design (con focus su interior, prodotto e linguaggi);
  • percorsi professionalizzanti post-diploma orientati a metodo e portfolio, pensati per entrare in modo diretto nel lavoro.

Il punto, lato mercato, è meno “quale etichetta” e più quali competenze: un interior designer credibile sa leggere lo spazio, costruire layout funzionali, scegliere materiali con criterio (resa e manutenzione), progettare la luce, governare l’arredo (standard e su misura), e comunicare il progetto con tavole e rendering. È proprio questo il cuore di un percorso in interior design: trasformare gusto e intuizione in metodo progettuale.

Le due figure sono complementari?

Sì, spesso lo sono — e non per una divisione semplicistica “tecnica vs estetica”. Sono complementari quando:

  • il progetto richiede rigore spaziale e controllo del processo (scala, fattibilità, dettagli, coordinamento);
  • e contemporaneamente richiede qualità percettiva e identità (materiali, luce, linguaggio, arredo, resa finale).

È qui che si vede la differenza tra un interno “corretto” e un interno “riuscito”.

Dove specializzarsi oggi: NAD – Accademia del Design

Fondata a Verona nel 2012, NAD – Accademia del Design ha costruito negli anni un’offerta formativa articolata tra percorsi strutturati e specializzazioni, con una presenza che oggi comprende la sede storica di Verona, attività anche a Milano e una proposta online sviluppata per garantire continuità didattica e accessibilità (una scelta su cui molte scuole hanno investito in modo serio solo in tempi più recenti). 

Sul piano dei percorsi, l’Accademia propone programmi triennali, biennali, annuali e corsi brevi: un impianto che consente sia di costruire una base completa, sia di lavorare per moduli mirati di aggiornamento. L’accreditamento EABHES ottenuto per alcuni percorsi (con struttura in crediti ECTS) si inserisce in questa direzione di maggiore leggibilità e riconoscibilità europea dei programmi.  La metodologia dichiarata è learning by doing: laboratorio, workshop, progetti applicati e rapporto con aziende del settore come parte integrante del percorso, con l’obiettivo di trasformare la teoria in competenza operativa e portfolio. 

Grazie a un network consolidato con imprese di arredamento, studi e realtà della filiera del progetto, NAD – Accademia del Design è oggi un punto di contatto concreto tra mondo formativo e mondo del lavoro, perché mette gli studenti in relazione con brief reali, standard professionali e dinamiche di settore, facilitando l’ingresso nel mercato attraverso esperienze applicate e connessioni con le aziende.

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